Saturday 11th July 2020
x-pressed | an open journal
January 27, 2014
January 27, 2014

Espulso dalla Norvegia per affogare in Grecia

Author: Marios Aravantinos Translator: atenecalling.org
Source: Kouti Pandoras  Category: Borders
This article is also available in: enesel
Espulso dalla Norvegia per affogare in Grecia

Eshanolla Safi. Fotografia di Eurokinisi

La storia diversa di un rifugiato afghano, uno dei sopravvissuti alla tragedia di Farmakonisi, la cronaca del dramma e il mistero dei testimoni.

Domenica 26 gennaio 2014 – I migranti sopravvissuti a Farmakonisi sono riuniti negli uffici della comunità afghana, pochi metripiù in là dell’hotel in cui alloggiano, nel centro di Atene. Insieme a loro, decine di rappresentanti di organizzazioni internazionali, che stanno raccogliendo dati nel tentativo di contribuire a chiarire la tragedia. Seduti intorno a un tavolo ovale, in silenzio, con una tazza di caffé in mano, assentono con la testa quando entriamo. Seduto nella parte posteriore, un norvegese de mezza età sta chiaccherando con Eshanolla Safi, prendendo nota su un pezzo di carta di quel che dice. Safi, 39 anni, è uno dei sopravvissuti a Farmakonisi, ma la sua storia è diversa. Non perché sia più drammatica, ma perché è stato vittima dell’Europa e della sua politica per la seconda volta.

Safi ha lasciato l’Afghanistan sei anni fa come rifugiato ed è andato in Norvegia, dove ha presentato una richiesta d’asilo. Come riferisce, durante la sua permanenza lì, ha ricevuto il permesso di lavorare e ha servito lo Stato norvegese pagando le tasse. Tuttavia, alla fine del 2012, dopo quasi sei anni di residenza nel Paese scandinavo, è stato informato che sarebbe dovuto ritornare alla sua terra natale. Safi è stato espulso dal paradiso all’inferno. Il ritorno in Afghanistan significava, senza dubbio, la condanna a morte per lui e per la sua famiglia. Sua moglie, una maestra, era già stata corrotta dai talebani, e anche lui stesso, già conosciuto per la sua intenzione di scappare dalla violenza dell’Afghanistan per cercare un futuro migliore nell’occidente accogliente, era stato espulso. Safi, durante il periodo di circa un anno in cui è rimasto nella sua terra natale, pianificava la fuga e il ritorno in Europa. Questa volta con tutta la sua famiglia: sua moglie e i suoi quattro figli. Ma il suo viaggio era destinato a FINIRE sulla frontiera greco-turca.

“Ci saremmo salvati se ci avessero localizzato”

Il rifugiato afghano e la sua famiglia, insieme a un gruppo di compatrioti e a una famiglia siriana, sono partiti dalla costa turca lo scorso lunedì notte [DATA]. “Siamo partiti alle 10 o alle 11 della notte” ricorda Safi. “Dopo due ore eravamo quasi arrivati. Eravamo a circa 100 metri dalla costa quando il motore della barca si DETUVO perch si era surriscaldato. Abbiamo deciso di tuffarci in mare e fare una catena con le nostre braccia per portare i bambini sulla terra. È stato in quel momento che la guardia costiera ci ha localizzato. Hanno sparato in aria e ci hanno urlato di sederci. Due di loro sono saliti sulla nostra barca. Qualcuno ha lanciato una corda dalla loro barca e con quella hanno legato la nostra per rimorchiarla. La barca della guardi costiera ha iniziato ad accellerare, perfino mentre faceva manovra. Improvvisamente, il gancio di ferro dove la corda era legata si è rotto e il legno della prua della barca si è staccato. L’acqua ha iniziato a entrare sulla barca. Gli agenti della guardia costiera che si trovavano ancora sulla nostra barca gridavano ai loro colleghi di fermarsi.

Safi non poteva capire ciò che si dicevano ma era sicuro che gridassero di fermare la barca. Si ricorda gli agenti gridare “imbecilli, imbecilli, imbecilli” ai coleghi a bordo. Alla fine, la barca della guardia costiera si è fermata. “Le due guardie” spiega Safi “sono tornate sulla loro barca, hanno lanciato una seconda corda e hanno chiesto a Chaimpar, il siriano che guidava la barca e parlava inglese, di legare la corda in un altro punto e lui lo ha fatto. L’acqua nella nostra barca è arrivata a circa la metà. Gridavamo disperatamente “per favore aiutateci” e ci rispondevano “andatevene affanculo”.

“Così è come ci hanno fatto affogare”

La guardia costiera si è dovuta arrestare. La sua barca si è fermata, ma loro, come dice Safi, invece di raccogliere i naufraghi, hanno tagliato la corda. “Loro volevano andarsene. Ci avrebbero lasciati affogare, se il motore della loro barca non avesse avuto problemi”. Come spiega il rifugiato, a causa delle manovre, alcuni oggetti erano caduti in acqua e alcuni di questi, a quanto sembra, si erano incastrati nelle eliche della barca, obbligandola a fermarsi. “Usciva fumo dal motore. Abbiamo avuto la possibilità di afferrarci alla poppa della barca”. Abbiamo cercato di salire, ma quattro uomini della guardia costiera ci pestavano le mani per farci cadere in mare. Durante tutto questo, la nostra barca si era ribaltata. Quelli che erano dentro la cabina – cioè, donne e bambini – erano intrappolati. Abbiamo chiesto loro di lanciarci dei salvagente per salvare le nostre famiglie, ma non lo hanno fatto. Ho detto loro che i miei bambini stavano affogando. Uno di loro mi ha puntato una pistola. Gli ho mostrato il petto affinché mi sparasse”. Delle persone a bordo solo 16 sono sopravvissute, tra loro solo una donna e un neonato. Loro sono riusciti a salire, come racconta Safi, sulla barca della Guardia Costiera.

“Durante il nostro trasporto, le guardie hanno minacciato Chaimpar, che parlava inglese, che se avessimo detto qualcosa, avremmo avuto piùproblemi. Ci hanno portato in un luogo che sembrava un accampamento e ci hanno detto che un elicottero stava cercando gli altri di noi. Non abbiamo visto né sentito alcun elicottero, fino all’alba, quando in realtà lo abbiamo visto sorvolare”.

Il mistero dei testimoni

La mattina seguente, i sopravvissuti sono stati trasferiti in un altro luogo (Safi non riesce a ricordare i luoghi), a quanto sembra l’isola di Leros, dove hanno dato loro dei vestiti asciutti e chiesto di testimoniare. “Hanno portato un interprete, che conosceva la lingua solo di tre delle persone che erano là. Ho detto loro che non sapevo né leggere nscrivere, che so parlare soltanto la nostra lingua. Pertanto, non si sa se quello che avevano detto i rifugiati era stato registrato correttamente”. Come dice Safi, le guardie potevano scrivere quello che volevano, senza che nessuno potesse capirlo.

“Prima di andarcene” – conclude Safi – “si sono avvicinati e ci hanno detto: ‘Molto bene. Potrete uscire SOLTANTO se firmate questi documenti’. Pensavamo che fossero documenti per le scarpe e i vestiti che ci avevano dato. Non sapevamo cosa avevamo firmato in realtà”. Il rifugiato afghano lascia così sospetti chiari che, probabilmente, le testimonianze che hanno firmato senza saperlo erano state falsificate e presentate dalla guardia costiera come una scusa per il comportamento dei suoi funzionari nei loro confronti.

A Leros, i rifugiati salvati hanno ricevuto dalle autorità un documento che gli permette di rimanere ad Atene per 30 giorni. Durante quel periodo, possono, se lo desiderano, chiedere asilo, richiesta che verrà valutata al momento opportuno. Le autorità greche non gli hanno fatto alcun favore. Questa pratica è applicata a quasi tutti i rifugiati o migranti economici che arrivano in Grecia e che non vogliono rimanere nel Paese, ma cercare una vita migliore in Europa.

La stessa Europa che ha deciso che Eshanolla Safi e la sua famiglia non erano rifugiati, probabilmente a causa del fatto che l’Afghanistan non veniva considerato una zona di guerra. Come epilogo riportiamo la domanda retorica di Echsano, un rifugiato afghano che vive in Grecia già da due anni: “Una città in cui un talebano con una cintura di esplosivo può ucciderti mentre aspetti l’autobus, cos’è se non una zona di guerra?”. La risposta deve essere data dallo Stato greco, che deve dimostrare che rispetta i diritti umani e il diritto internazionale. Inoltre, quello che i sopravvissuti di Farmakonisi stanno chiedendo in questo momento è che si trovino e gli si consegnino i corpi dei loro bambini e delle loro mogli.

Un ringraziamento speciale a AteneCalling.org

This article is also available in:

Translate this in your language

Like this Article? Share it!

Leave A Response