Sunday 20th January 2019
x-pressed | an open journal
April 24, 2014
April 24, 2014

Immigrazione e Xenofobia in Europa: “La giungla bussa alle porte della Svezia”

Author: Susana García Translator: Francesco Maggi
This article is also available in: elenespt-pt
Immigrazione e Xenofobia in Europa: “La giungla bussa alle porte della Svezia”

“La persecuzione nei confronti del fondatore di Wikileaks è una prova inconfutabile dell’isteria totalitaria del governo svedese”

Un gruppo di giornalisti indipendenti spagnoli (The Ragged Army) ha lavorato per sei mesi in Nord Europa per dipingere il quadro della situazione sui migranti, in particolare su quelle persone che hanno abbandonato il proprio paese a causa della recessione. Questa iniziativa fa parte di un progetto più ampio che studia i nuovi flussi migratori in relazione con l’emergenza della nascita di movimenti neo-fascisti in Europa. La prima tappa è stata la Svezia, da qui i giornalisti si sposteranno in altri paesi tra cui la Germania e il Belgio. “Bienvenidos a Suecia” sarà la prima parte di una serie di documentari su immigrazione e xenofobia in Europa, e sarà pubblicato in tarda primavera. Ferran Barber e Nuria Oliva qui ci forniscono un’anteprima sulle conclusioni a cui giunge la loro inchiesta giornalistica.Il progetto è finanziato interamente tramite crowdfunding, se volete contribuire alla causa basta cliccare questo.

 

Cosa vi ha spinto ad intraprendere questo progetto?

Nuria Oliva. Crediamo che non ci siano abbastanza informazioni sulla gente che abbandona il Sud Europa a causa della crisi. E le poche informazioni che abbiamo di solito sono decontestualizzate o superficiali. Gli spagnoli non sanno cosa succede al nord, come i nordeuropei ignorano le conseguenze umane dei tagli strutturali imposti dalla Troika.

Perchè avete scelto la Svezia come prima destinazione?

Nuria O. Prima di tutto per ragioni logistiche. E anche perché è un buon esempio di come l’Europa stia adottando punti di vista di estrema destra sull’immigrazione.

Ferran Barber. Eravamo interessati al clima sociale che ha permesso a tutti quei movimenti neo-nazi di guadagnare forte consenso in Svezia. Secondo noi (i movimenti in se) non rappresentano il vero problema, ma una manifestazione di esso. In Svezia c’e’ un problema strutturale di xenofobia che permea le istituzioni come la polizia.

Molte delle cose che dite sulla Svezia contraddicono tutti i cliché sull’esempio scandinavo.

Ferran B. Ci sono stereotipi trasmessi per ridondanza. In certi casi contribuiscono a formare l’immagine di un paese o di una società, ma alla fine si basano su bugie o parziali verità.
Quello che molte persone stanno scoprendo oggi è che gran parte di quelle cartoline di una Svezia idealizzata non corrispondono pienamente alla realtà.

Cosa pensano gli svedesi del vostro punto di vista?

Nuria O. Alcuni nazionalisti la vedono come un’intromissione. Certo, anche ad alcuni spagnoli di destra ha dato fastidio il rimprovero dell’ UE al governo di Rajoy per quello che è successo con gli africani a Melilla.

Ferran B. I nostri amici svedesi lo sanno: il nostro lavoro non punta il dito ne contro il loro paese ne contro la loro società. Stiamo interpretando ciò che vediamo dal nostro punto di vista e con i nostri valori. A molti interessa anche conoscere le opinioni di un outsider, per vedere i fatti sotto una prospettiva diversa. A volte per guardare un singolo albero non si nota la foresta.

Kurdish immigrants

Migranti Kurdi (fotogramma dal documentario)

Dato che gli immigrati europei non si possono considerare clandestini, che tipo di meccanismo usa la Svezia per contrastare l’immigrazione indesiderata?

Nuria O. Non possono essere considerati come clandestini, senza documenti, ma possono essere considerati “senza i documenti giusti” per poter vivere una vita normale. Il governo svedese impone un’immensa trafila burocratica agli europei in cerca di impiego.

Ferran B. Teniamo presente che tutti gli ostacoli che il governo svedese impone ai nuovi arrivati europei, li trasforma temporaneamente in emarginati. Ottenere un “numero personale” (l’equivalente di un numero di previdenza sociale, ndr) è un’impresa scoraggiante che, nel migliore dei casi, richiede mesi di tempo. Finché non possiedono questo documento, agli “esuli europei” non è permesso affittare un appartamento, aprire un conto in banca, firmare un contratto telefonico, persino partecipare ad alcuni eventi culturali. E’ un sistema piuttosto contorto per impedire ai nuovi arrivati europei di avere accesso al mercato del lavoro svedese, salvando la faccia a livello internazionale. Il governo svedese non impedisce alla gente di viaggiare e di entrare nel paese perché è soggetto alle leggi ed agli accordi europei (trattato di Schengen), ma ne mette a dura prova la pazienza.

La Svezia è anche in cima alla classifica europea per l’asilo concesso ai rifugiati.

Ferran B. La Svezia ha accettato nuove quote di profughi siriani l’anno scorso, una decisione largamente pubblicizzata. Sfortunatamente il governo sta fallendo nell’integrare i nuovi arrivati nel modello di multiculturalismo ipotizzato dai suoi ingegneri sociali. Vi sono un sacco di prove. E’ passato quasi un anno dalle rivolte violente che scoppiarono ad Huskebi e in altri sobborghi svedesi.
Ricordo la stampa internazionale, esterefatta nel vedere macchine a fuoco nei ghetti svedesi, commentare con titoli pesanti. La gente si chiedeva: “Se questo accade in Svezia, cosa succederà da noi?”. Ma non è strano che quegli eventi siano accaduti in Svezia. Era inevitabile.

still from documentary

fotogramma dal documentario

Siete andati in Svezia “da migranti” per documentare il dolore delle persone che lasciano il loro paese a causa della crisi, e voi stessi ne siete stati afflitti…

Ferran B. Certamente. Sono stato fermato cinque volte dalla polizia svedese durante la mia prima settimana nel nord della Svezia. Qualcuno chiamò la polizia per denunciare che c’era un sospetto “generico”. Lo sai cosa stavo facendo quando la polizia mi fermò per la quinta volta? Stavo facendo delle fotografie ad un lago! Qualcuno ha chiamato la polizia dopo aver notato che c’era una macchina straniera. Ho portato il caso ai media locali ed è stato l’inizio di una lunga amicizia. Gli agenti mi hanno persino hackerato il profilo Facebook nei mesi seguenti. Pochi giorni prima di lasciare la Svezia, sono stato fermato ventidue volte dalla polizia. E’ così folle da risultare incredibile. Ad ogni modo, ciò che è importante per il nostro proposito è che non si tratta di un caso isolato. Senza volerlo, la polizia ci ha messo sulle tracce dei loro eccessi.

Che vuoi dire?

Ferran B. Abbiamo trovato casi di migranti “rapiti” dalla polizia dalle cucine delle loro case in Svezia. Un ragazzo spagnolo fu arrestato senza mandato un paio di mesi fa. Gli agenti hanno fatto irruzione in casa sua e lo hanno portato via assieme a due suoi coinquilini asiatici. Quali crimini avevano commesso? Di essere stranieri senza il giusto profilo etnico. E sai cosa hanno risposto gli agenti quando lui gli ha chiesto perché fosse stato portato in commissariato? Normale “routine di polizia”, se non ti piace il nostro paese vattene. Questa è “routine da Gestapo”.

Ma la gente si accorge di cosa sta succedendo?

Nuria O. La gente giudica la realtà da una proiezione limitata della propria esperienza, il che è una reazione umana e comprensibile.

Quindi la polizia svedese perseguita gli stranieri?

Nuria O. Se ci stai chiedendo se è una prassi sistematica, la risposta è no. Il problema è che se alcune unità di polizia svedese si comportano così è perché la società tutta è permeata da idee sbagliate.

Ferran B. Il trattamento che ricevi dipende largamente dal contesto sociale in cui ti muovi. Più sei povero, più sei criminalizzato. Ci sono dozzine di somali, kurdi o arabi nelle periferie delle città che hanno sofferto persecuzioni di polizia. Probabilmente la Svezia non è tanto bella per loro, quanto per la gente che ripete “la polizia svedese è cosi civile e disponibile”. Questo è inaccettabile.

still from documentary

fotogramma dal documentario

E gli svedesi, si accorgono di quello che succede?

Nuria O. Molta gente sa che alcuni immigrati e alcuni concittadini coi tratti somatici “non giusti” (non nordici), sono vittime di persecuzioni istituzionali e poliziesche. La stampa svedese mostra ogni settimana casi scandalosi che dimostrano come le istituzioni siano permeate da una profonda xenofobia.

Ferran B. Per fare un esempio, molti svedesi si sono indignati a sapere che alcune unità di polizia stavano organizzando un database sui Rom basato sull’etnia e che anche i bambini ne facevano parte.
Questo è un argomento particolarmente sensibile in un paese dove migliaia di zingari e di disabili mentali furono sterilizzati a metà degli anni ’70, dal governo social democratico.

Nuria O. Molti svedesi si sono scandalizzati alla notizia che la polizia aveva indetto una caccia all’uomo nella metropolitana di Stoccolma. Le autorità furono accusate di utilizzare la distinzione razziale per individuare gli “immigrati illegali”.

Ferran B. Noi stessi abbiamo documentato casi di immigrati africani o kurdi abbandonati a piedi nudi nel mezzo del nulla da agenti di polizia. Ovviamente, se si chiede alle persone al di fuori dei sobborghi diranno che non è possibile.

Quanto è cambiata la percezione degli stranieri in Svezia dall’inizio della crisi Europea?

Nuria O. C’è un problema congenito di xenofobia che la crisi ha accentuato.

Quindi la crisi influenza anche il nord Europa…

Ferran B. La Svezia non ha risentito della crisi globale quanto i paesi affacciati sul mediterraneo, ma ci sono molte persone in difficoltà. La disoccupazione giovanile è vicina alla soglia del 25%, il che spiega perchè uno su quattro tra gli immigrati europei a Oslo è di origine svedese. Fa sorridere il fatto che quando abbiamo mostrato questo dato ad un ufficiale del governo, quello ci ha risposto che i giovani se ne vanno per seguire il loro spirito di avventura. L’abbiamo già sentita. E’ lo stesso argomento usato dal governo conservatore spagnolo per descrivere il profilo dei giovani che lasciano il paese in cerca di lavoro. Ma, come dicono gli “esuli”, loro non se ne vanno: è il sistema che li espelle dal loro paese.

In molti casi i media non prestano attenzione alle reali cause della crisi, ne’ agli effetti sociali dei tagli strutturali. Possiamo dire che stiamo vivendo in compartimenti stagni dell’informazione che tendono ad ostacolare un’analisi complessiva degli eventi…

Nuria O. Sì, è vero. Da una parte abbiamo un’Europa del sud ipnotizzata dall’immagine di una Scandinavia idealizzata che non esiste, o esiste solo in parte. Dall’altra le notizie della tragedia umana mediterranea raggiungono il nord Europa come uno tsunami umanitario.

Che informazioni arrivano in Svezia riguardo gli effetti della crisi sui paesi del sud?

Nuria O. Se ne parla ogni tanto, ma in maniera frammentaria.

Ferran B. Sì, tendono a mettere l’accento sui fatti.

Nuria O. E’ come se ciò che accade in Spagna o in Grecia fosse il risultato dell’esplosione del Vesuvio o del monte Teide. C’e’ una chiara decontestualizzazione. E una certa tendenza a suggerire che abbiamo ciò che ci meritiamo.

Ferran B. Ci sono stati anche dei segnali di solidarietà. La scrittrice svedese Astrid Menasanch ha chiesto ai giornalisti svedesi di parlare dell’ involuzione politica che sta subendo la Spagna a causa del partito conservatore che la governa. Recentemente il Commissario Europeo per gli Affari Interni, Cecilia Malstrom, ha sgridato il governo spagnolo per ciò che è accaduto a Melilla. Da molti di noi è stato apprezzato perchè siamo veramente imbarazzati per quello che sta succedendo nelle città spagnole nordafricane.

Nel vostro lavoro, parlerete della disinformazione sistematica e deliberata dei media?

Nuria O. Onestamente credo che gli spagnoli siano più interessati a conoscere testimonianze di abusi scioccanti piuttosto che l’analisi approfondita di ciò che accade. Viviamo nella cultura dei tweet. 140 caratteri! Questo è il massimo che la gente riesce a leggere senza morire d’ansia. Riferire correttamente è il solo modo per far fronte a questa disinformazione. Certamente non è facile, considerando le condizioni in cui lavoriamo. Abbiamo bisogno del supporto di tutti.

Gli svedesi hanno una percezione dell’immigrazione diversa dagli spagnoli?

Nuria O. La percezione non è così diversa. I gruppi neo-nazi non sono così comuni in Spagna, ma il problema della xenofobia esiste. E la recessione è un’esperienza umiliante per molte persone.

Ferran B. E’ vero. La Spagna durante gli anni ’80 e ’90 ha subito una rapida crescita economica che ha trasformato molta gente in consumisti arroganti. L’arroganza si manifesta soprattutto con gli stranieri. Molti presto dimenticarono che anche noi fummo un paese di emigranti. Ad ogni modo è difficile fare paragoni perché la Svezia è malata di “politicamente corretto”. Il politicamente corretto non esprime sempre un’attitudine sincera. Infatti, c’è una specie di puritanesimo in questo comportamento, un po’ come se il politicamente corretto fosse una nuova religione secolare derivata dal luteranesimo precedente. Gli spagnoli sono molto più comunicativi.

Nuria O. La Svezia ha molti problemi ad integrare le sue minoranze perchè certa gente, spesso, diffida delle diversità, anche se non lo ammette in maniera esplicita.

Ferran B. La stampa svedese e anche gli attivisti, preferiscono focalizzarsi sulla pericolosità dei movimenti neo-nazi. Ma per noi il vero problema è la xenofobia a bassa intensità e la deriva totalitaria dello stato. Il sistema legale svedese regola gli spazi vitali, che invece dovrebbero essere regolati solo dall’interazione umana. Credo sia ciò a cui si riferiva Julian Assange quando parlava di “Cina del Nord”. Se ne possono trovare infiniti esempi nella vita quotidiana svedese. Per esempio la tolleranza zero alle droghe ha generato una vera e propria caccia alle streghe che provoca situazioni surreali. La polizia obbliga le palestre ad informarli se alcuni clienti sviluppano massa muscolare troppo in fretta, nel tentativo di individuare i consumatori di steroidi. Anche la tolleranza zero ai graffiti fa paura nel modello democratico svedese, come sa bene Banksy. Come denunciato da Wikileaks, il controllo dello stato sulla vita sociale è soffocante e quasi totalitario. Molti svedesi non se ne rendono conto perché per loro è la normalità in cui sono cresciuti. La persecuzione nei confronti del fondatore di Wikileaks, Julian Assange, è una prova inconfutabile dell’isteria totalitaria del governo svedese.

still from documentary

fotogramma dal documentario

C’e’ una crescente stigmatizzazione della povertà in Europa. Pensi che questa tendenza sia il risultato della crisi o un problema congenito europeo?

Nuria O. Entrambe le cose. In parte è il risultato dei valori trasmessi dalle riforme neoliberali. E’ la conseguenza dell’”ognun per sé e guai agli ultimi”. Ma è anche una normale reazione psicologica all’insicurezza. In situazioni estreme la gente ha bisogno di capri espiatori.

Ferran B. E’ terribile come siano talvolta gli stessi governi europei ad alimentare questo linciaggio, coi fatti o per omissione. La giungla bussa alle porte dell’Europa. E’ la storia che si ripete e il fascismo ama la povertà. Molti ragazzi che si uniscono ai gruppi neo-nazi svedesi sono disoccupati praticamente illetterati.

Quindi l’Europa è troppo preoccupata a difendere le proprie politiche neoliberali per combattere il razzismo e formare ponti umanitari?

Ferran B. Tutto ciò è strettamente connesso. Queste politiche neoliberali sono state applicate ad un contesto economico, così diventa facile limitare la libertà dei cittadini formulando leggi autoritarie. C’è un fermento antidemocratico dove xenofobia e razzismo trovano terreno fertile per crescere esponenzialmente. Si dice che la vita in Svezia sia più facile per un’arancia che per un essere umano. Ma questa è l’Europa dei banchieri.

Forse è il sistema ad essere razzista…

Ferran B. Il sistema siamo tutti noi. Il cosiddetto sistema non è un gruppo di cattivi che complotta per distruggere l’umanità come in un fumetto Marvel. Il sistema si alimenta della cultura che modifica a suo beneficio. La gente non solo condivide i valori di molti dei più subdoli gruppi di potere, ma in certi casi li incoraggia e li ripropone. Se parliamo di xenofobia, è un dato di fatto che molti partiti politici conservatori ruzzolano nel fango della destra estrema a pesca di voti. E se lo fanno è perché sanno che molta gente condivide certe ideologie… in Svezia come in Spagna molte persone protestano contro la xenofobia ma quando si tratta di mettere in pratica si comportano in maniera razzista.

Chi sono i migranti più criminalizzati? Esistono network di solidarietà con i nuovi migranti europei?

Nuria O. I più poveri sono i più criminalizzati ed i più vulnerabili. I mussulmani africani sono probabilmente il caso più estremo sia in Svezia che in Spagna.
Alcuni network di solidarietà stanno nascendo in questo momento, per opera degli esuli stessi.

L’immigrazione è un capro espiatorio in tutte gli stati europei?

Nuria O. Il Belgio ha espulso migliaia di cittadini europei con l’accusa di rappresentare un peso insostenibile per il sistema sociale. La Svizzera ha tagliato le quote per l’immigrazione. La Germania e il Regno Unito annunciano l’intenzione di diminuire i diritti per gli stranieri in cerca di impiego. Il governo spagnolo ha negato l’accesso alla sanità pubblica agli immigrati irregolari.

Ferran B. Come per la Svezia, il Partito Popolare Danese e i Veri Finlandesi sono la terza forza parlamentare nei rispettivi paesi. Il freedom Party in Olanda e il partito di Marie Le Pen in Francia stanno guadagnando consensi…in Grecia, in Ungheria…sì, il fascismo sta guadagnando campo in tutta Europa, e ovunque punta il dito contro gli stranieri.

Avete lanciato una campagna di crowdfunding su GOTEO.ORG, a che punto e’?

Ferran B. Molti giornalisti spagnoli e media indipendenti portano avanti progetti in condizioni eroiche. Molte realtà dell’informazione libera spagnola stanno lentamente morendo. E’ un peccato perché il governo non ci sostiene per raccontare cosa succede nelle catacombe dell’Europa. Rajoy sta portando la Spagna indietro ai tempi di Franco e l’Europa osserva in silenzio. Questi media indipendenti sono l’unica occasione di staccarsi da Matrix.

Noria O. Il documentario è solo uno degli obbiettivi del nostro progetto. Cerchiamo di mostrare il modo di fare informazione utile. Stiamo facendo grandi sacrifici. Speriamo che i nostri colleghi europei comprendano il valore dei nostri sforzi e collaborino con noi. Abbiamo veramente bisogno del supporto della gente per continuare a lavorare.

Ferran B. La stampa tradizionale non rappresenta nessuno. Ho smesso di guardare la televisione quindici anni fa. Non riconosco nessuna persona che amo in questa follia ispirata da reality show.
Poi c’è una stampa coraggiosa che sta reinventando il giornalismo. Non abbiamo altre entrate che le generose donazioni dei nostri amici. La gente capirà il valore del nostro lavoro, o rimarrà nelle mani di quei mercenari. Fortunatamente la recessione ha aiutato molti spagnoli ad acquisire consapevolezza. Non abbiamo bisogno di etichette politiche. Ciò di cui abbiamo bisogno è che la gente capisca che la nostra democrazia non entra nelle loro urne elettorali.

Creative Commons License
Immigrazione e Xenofobia in Europa: “La giungla bussa alle porte della Svezia” by Susana García is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.

This article is also available in:

Translate this in your language

Like this Article? Share it!

Leave A Response