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April 14, 2014
April 14, 2014

Mobilitarsi per il bene comune: una lezione dall’Italia

Author: Jerome Roos Translator: Francesco Maggi
Source: Roar Magazine  Category: On the crisis
This article is also available in: enel
Mobilitarsi per il bene comune: una lezione dall’Italia

La protesta del 12 aprile a Roma è l’ultima di una serie di mobilitazioni che ruotano attorno a un progetto comune. Cos’hanno da imparare i manifestanti stranieri dai movimenti italiani?

Decine di migliaia di manifestanti hanno marciato a Roma, sabato 12 aprile, per denunciare le misure di austerità e le riforme economiche del nuovo governo di Matteo Renzi e per ribadire il loro appello per una “casa, reddito e dignita’ per tutti”.
Dozzine di feriti si registrano dopo i violenti scontri esplosi verso la fine della manifestazione a causa di una dura repressione di polizia, che con pesanti cariche picchiava indiscriminatamante i manifestanti calpestando quelli rimasti in mezzo.
Quello che la polizia non è riuscita a calpestare è la risolutezza dei movimenti ad incrementare la loro resistenza sulla scia della sollevazione generale, dello scorso ottobre, che portò centinaia di migliaia di persone per le strade di Roma.

Gli eventi di sabato 12 sono straordinari per due motivi:prima di tutto la risposta dei movimenti italiani alla crisi del debito europea scoppiate nel 2010-’11 era stata finora abbastanza fiacca. A parte una dimostrazione di massa a Roma il 15 ottobre 2011, subito degenerata in violenza, l’onda dei movimenti indignados-occupy  ha a mala pena attraversato il paese, anche quando un governo di tecnocrati non-eletti capitanato da un ex consulente Goldman-Sachs, Mario Monti, prese il potere. Questa storia recente in qualche modo ambivalente rende le mobilitazioni odierne ancora più importanti, specialmente perché da allora le crisi della casa e della disoccupazione si sono notevolmente accentuate.

La seconda ragione per cui dovremmo prestare attenzione all’Italia, tocca tutti più da vicino. Infatti le proteste di sabato 12 avvengono in un momento di relativa smobilitazione che attraversa il resto d’Europa e il Nord America. Proprio quando i movimenti anti austeritò dalle altre parti sembrano essere in ritirata, i movimenti italiani stanno gradualmente incrementando la loro resistenza. Questo suggerisce una domanda interessante: abbiamo forse qualcosa da imparare dal processo sociale in corso in Italia? Io credo la risposta sia sì – e penso dovremmo prestare particolare attenzione all’ampia composizione sociale e al “progetto comune” che sostengono questo processo di base.

Rafforzare la resistenza

Ma facciamo un passo indietro. La settimana scorsa ho brevemente descritto una seria di prove che i movimenti internazionali si trovano ad affrontare durante questa fase di relativa smobilitazione. Ho suggerito che le principali ragioni della “mancanza di proteste” oggi sono: (1) l’atomicità sociale indotta dalla natura sempre più precaria del lavoro in tempo di crisi, e dal capitalismo finanziario più in generale; (2) gli effetti isolanti dell’ansia generata dalla domanda di costante connettività e produttività permanente tipica del neoliberismo, combinata con la repressione di polizia e il sopraccitato aumento della precarietà; (3) lo schiacciante senso di futilità provato da gran parte della popolazione. A questi tre fattori un lettore ha giustamente aggiunto l’esaurimento mentale e fisico derivato da forme insostenibili di attivismo.

Ora, se i movimenti altrove sono interessati a migliorare la resistenza, credo che debbano trovare dei modi di bersagliare direttamente questi fattori interconnessi – e i movimenti italiani ci potrebbero dare come minimo un indizio da dove cominciare: sedersi insieme e formulare attentamente un progetto comune dietro al quale diversi gruppi politici, movimenti autonomi e singoli individui si possano unire. C’è bisogno di un singolo vessillo capace di sostenere un’ampia coalizione popolare dietro una serie di principi e obbiettivi condivisi. In Italia questo progetto si chiama “Una sola grande opera: casa, reddito e dignità per tutti”. Per un utile manuale introduttivo su come organizzare il “diritto al bene comune” date un’occhiata a questo intervento di Michael Hardt.

Mobilitarsi per il bene comune

Il concetto di “comune” ha ottenuto popolarità tra i circoli attivisti in tutto il mondo negli ultimi anni, ma forse viene rappresentato nel modo più esplicito nel ciclo di lotte che ha luogo in Italia in questo momento. Come il mio amico e collega ricercatore dell’IUE Alfredo Mazzamauro ha recentemente sottolineato in un eccellente articolo per ROAR la cosa eccezzionale della sollevazione generale del 19 ottobre 2013 è stata oltrepassare le linee divisorie che per tanto tempo hanno tenuto la sinistra italiana e tutti i suoi movimenti sociali separati ed in lotta tra loro. E’ stato principalmente attraverso l’individuazione di un nemico comune (il capitalismo neoliberista) e la formulazione di un progetto comune (casa e reddito per tutti) che questi disparati gruppi hanno unito le forze e stanno cominciando ad elaborare una strategia politica autonoma dal basso.

Che questa narrazione si incentri fondamentalmente su casa e reddito non è una coincidenza: il 40% dei giovani italiani è senza lavoro e 68,000 famiglie nel solo 2013, hanno ricevuto un avviso di sfratto, il 90% delle quali per non essere riuscite a pagare il mutuo o l’affitto a causa di un reddito troppo basso. Ma le proteste per reddito e casa non sono soltanto una richiesta moderatamente riformista di fronte ad una crisi schiacciante. Quando i manifestanti a Roma chiedono il reddito, si riferiscono al reddito minimo garantito; e quando parlano di casa intendono non solo un diritto umano ma un bene comune. Quindi i movimenti non stanno facendo una semplice domanda al governo. Piuttosto stanno riaffermando il principio rivoluzionario di separare la necessità umana ad un tetto e ad un sostentamento dalla dipendenza sociale dal lavoro salariato e dai mercati. Questo costituisce una re-immaginazione dei valori in sé e per sé.

Reddito minimo e case popolari

La considerazione della casa come bene comune e del reddito come sussidio universale, quindi, ha il potenziale per ampliare largamante i nostri orizzonti politici. Prima di tutto la nozione di reddito minimo garantito distrugge l’idea sfruttatrice che la gente comune debba vendere la propria forza lavoro ad altri esseri umani (i padroni) più fortunati per poter sopravvivere. Essa riconosce il fatto che le nostre società (almeno in Europa e Nord America) abbiano accumulato durante gli anni il capitale più che necessario per garantire a tutti le necessità di base per una vita dignitosa. E fornisce un’alternativa concreta per combattere il senso d’ansia dovuto alla precarietà del avoro. Indubbiamente rompere la dipendenza dal lavoro salariato per i bisogni vitali implicherebbe profonde trasformazioni nelle relazioni sociali e nella vita quotidiana.

In secondo luogo, come David Harvey ha ripetutamente sottolineato negli ultimi anni (compreso in un suo recente intervento alla London School of Economics), il concetto di casa come bene comune ha implicazioni similmente radicali nelle fondamenta stesse del modello economico capitalista. Smantellando la contraddizione tra valore d’uso e valore di scambio, tale concetto riconosce la superiorità del valore del bisogno ad un tetto e alla sicurezza rispetto al valore fittizzio e improduttivo dell’investimento speculativo immobiliare. Così si può eliminare l’idea fondamentalista del mercato secondo cui una casa è prima e soprattutto un valore di scambio: una convinzione totalmente irrazzionale che ha portato alla situazione di milioni di persone senza casa e milioni di case senza persone.

Costruire ampie coalizioni

In Italia inquadrare esplicitamente la lotta in questi termini ha permesso la creazione di ampie coalizioni che uniscono alleati insoliti come i movimenti di occupazione, i centri sociali delle grandi cittò e il movimento radicalmente autonomo NO-TAV (che lotta in difesa delle comunità locali e del bene comune ambientale contro la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità in Val Susa e non solo) con i precari della logistica, i disoccupati italiani e gli immigrati che rischiano di essere sfrattati. Come dice Alfredo Mazzamauro, “questi gruppi insieme hanno sottolineato la contraddizione dello spendere piu di 26 miliardi di euro di denaro pubblico per realizzare una ferrovia, di discutibile utilità per le classi a basso reddito della ragione, che sta destabilizzando intere comunità, e allo stesso tempo il rifiuto di approntare misure straordinarie per risolvere la crisi abitativa.”.

Simili larghe coalizioni si erano formate altrove nel 2011, ma nella gran parte dei casi non sono riuscite a restare unite, esaurendo velocemente la pripria energia e principalmente fallendo nell’individuare una visione collettiva e un progetto politico completo, elementi per i quali i contestatori potessero impegnarsi positivamente e continuare ad organizzarsi. In mancanza di tali progetti comuni, le coalizioni del 2011 hanno assunto un carattere effimero e transitorio: un nemico comune fu identificato (Mubarak, Wall Street, Erdogan), ma al di la della fondamentale re-invenzione dell’assemblea popolare, pochi passi furono compiuti per costruire un immaginario politico alternativo e una strategia rivoluzionaria a lungo termine.

Diversità di tattiche

Sviluppare un tale progetto politico comune non è la stessa cosa che stipare la moltitudine di forze sociali e immaginari politici in un’unica struttura unificata. Ancor più importante è che non si tratta di formare un nuovo partito politico derivato dal mosaico dei movimenti sociali, come la sinistra più tradizionale insistentemente sostiene si dovrebbe fare. Piuttosto l’esempio dei movimenti italiani è istruttivo perché ci mostra come varie tendenze di sinistra possono con successo mantenere una coalizione salda, pur non rinunciando a rimanere fedeli alle proprie convinzioni politiche. Alcuni elementi all’interno dei movimenti stanno intraprendendo un lavoro politico, organizzandosi in partiti (preesistenti o nuovi) mentre altri ribadiscono la loro autonomia (moderata o radicale) dal sistema politico, concentrandosi per costruire dalle fondamenta istituzioni alternative.

Andrebbe tenuto presente ancora una volta che un progetto comune non è un programma politico. Rivendicare casa e reddito per tutti non è lo stesso che domandare casa e reddito per tutti. Nessuno dei manifestanti di Roma sarebbe così stupido da pensare che il governo di Renzi possa accogliere queste richieste così radicali. Per questo la diversità di tattiche rimane molto importante: per realizzare gli obbiettivi, sia immediati che a lungo termine, i movimenti dovranno essere strategicamente determinati ma tatticamente flessibili. Per esempio, l’azione diretta dei movimenti di occupazione sta già liberando spazi abitativi per persone sfrattate dalle loro case che non possono aspettare riforme o rivoluzioni future. Nel frattempo l’organizzazione a lungo termine di altri gruppi potrebbe prepare il terreno per vittorie su più larga scala attraverso canali più istituzionali, come successo con la vittoria sonante dei movimenti nel referendum del 2011, nel quale il popolo italiano ha respinto a schaicciante maggioranza la privatizzazione dell’acqua – altro bene comune.

Diversità di tattiche vuol dire anche che gli attivisti più militanti non dovrebbero mettere a rischio la sicurezza e l’incolumità dei manifestanti pacifici (come invece hanno fatto durante le controproducenti azioni militanti del 15 ottobre 2011), mentre i pacifisti all’interno dei movimenti dovrebbero allo stesso tempo concedere spazio all’azione militante e a tattiche di scontro. In Italia questa creazione informale di una varietà di tattiche all’interno di una più ampia coalizione di forze sociali ha portato ad un risvolto interessante. Nell’ottobre 2011 i contestatori più militanti hanno sconsideratamente trascinato i manifestanti più pacifici verso violenti scontri con la polizia, mentre quest’ultimi sfacciatamente bloccavano i più militanti per consegnarli alle forze dell’ordine. Nell’ottobre 2013, al contrario, i manifestanti più militanti si sono shierati davanti al Ministero dell’Economia a difendere la maggioranza pacifica dalle cariche di polizia. Il giorno seguente la maggioranza pacifica si schierò al fianco della frangia militante per chiedere il rilascio di sei attivisti arrestati negli scontri. Questo è come un movimento chiude i suoi ranghi e disarma la tattica del “divide et impera” adottata dall’apparato ideologico e repressivo dello stato.

Adattarsi al contesto

Non c’è bisogno di dire che ogni movimento nasce da un particolare contesto e quindi avrà bisogno di sviluppare le sue particolari narrazioni, tattiche e strategie per poter formare ampie coalizioni attorno al bene comune. Ci sogno segni promettenti che ciò stia cominciando a succedere da qualche parte. In Europa e Nord America, i movimenti spagnoli sono probabilmente i più avanzati a riguardo.
Prendiamo l’interessante esempio della piattaforma per le vittime di ipoteca (PAH), che unisce esperti attivisti e avvocati ai migranti, lavoratori e disoccupati, e che combina azione diretta (blocco dei pignoramenti, occupazione di banche, picchetti davanti alle case dei politici) con tattiche di pressione più tradizionali per richiedere l’abrogazione di leggi antisociali o l’adozione di provvedimenti a tutela degli inquilini. Allo stesso tempo la PAH collabora con altri gruppi e movimenti all’interno dei vari coordinamenti nazionali. Come quel “Una sola grande opera” in Italia, PAH propone di trattare la questione abitativa come un diritto umano e un bene comune, e similmente rivendica il salario minimo.

In Nord Amercia e in altri paesi europei, simili coalizioni sono possibili, a patto che gli attivisti riescano ad identificare le cause comini sulle quali far leva per riunire gruppi diversi di persone che altrimenti non parlerebbero lo stesso linguaggio politico e non sarebbero molto inclini a cooperare tra loro. Il trucco sta nell’identficare i punti deboli del sistema e individuare precisamente le rivendicazioni quotidiane che sono alla radice del nostro malessere sociale e alla base della continua riproduzione del capitalismo. Questo permetterebbe ai movimenti di sfidare le relazioni di potere fondamentali del sistema attraverso interventi ben mirati il cui impatto sarebbe direttamente accusato – si pensi ai movimenti di Cochabamba che hanno vinto la guerra dell’acqua in Bolivia. D’altronde alcune di queste idee stanno già guidando nuove lotte in altri paesi come ad esempio Save Greek Water, la campagna contro la privatizzazione dell’acqua ad Atene.

Certo, l’esperimento italiano non va eccessivamente idealizzato. Mentre i processi dal basso sembrano promettenti, la sinistra in Italia – come ovunque – sta ancora combattendo una battaglia in difesa dalla schiacciante offensiva neoliberale. Eppure a me sembra che qui si celi un importante messaggio: forse un modo per superare lo stallo nel quale ora si trovano molti movimenti sarebbe cominciare ad elaborare una visione più chiara di dove vogliamo arrivare. Alcuni chiameranno questa visione anarchia, altri potrebbero chiamarla comunismo o socialismo, la maggior parte probabilmente non vorrà chiamarla affatto. Ma quando cominceremo a tradurre questi concetti contestati in obiettivi concreti che ci possano veramente unire, piuttosto che in astrazioni dogmatiche che ci dividono costantemente, compieremo un primo passo utile per prevalere sulle nostre innumerevoli differenze, allargare i nostri orizzonti politici, e stabilire un senso della direzione per gli anni duri che ci si parano davanti.

 

*Jerome Roos e’ un dottorando in Economia Politica Internazionale all’Istituto universitario Europeo (Firenze), redattore e fondatore di ROAR Magazine.

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